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Incontro ravvicinato con la fine. O con la sua fenomenologia

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Incontro Nicola Bertellotti nel risveglio pisano delle 8 di mattina, assieme a Manuela e Enzo dell’incubatore culturale Civico29 Lab, ai quali rivolgo degli anticipati ringraziamenti per avermi coinvolta a prendere parola sulla mostra personale di questo giovane fotografo di Pietrasanta.

Le trasparenze dello spazio espositivo Sopra le Logge ci accolgono per parlare di “Fenomenologia della Fine”, un’esplorazione urbana attraverso il rimosso, il dismesso e il sommerso, che giacciono – mute, eppure concrete camere del tempo – sui nostri territori e nelle nostre memorie, personali e collettive, queste ultime spesso colpite da quella comune atrofia per cui passare ogni giorno davanti a un luogo abbandonato nel cuore delle proprie città non è neanche un’azione consapevole, si perde tra i passi svelti che conducono a lavoro o a scuola.

Un giorno Nicola si imbatte in un ex centro commerciale in Brianza, una di quelle cattedrali nel deserto con tanto di luna park che ammiccavano alla scintillante Las Vegas negli anni ’60 del boom economico e che a me ricordano la cittadella dei divertimenti di Gotham City del perfido Joker di Alan Moore (“Batman: The Killing Joke”, 1988). È così simile quel luna park abbandonato sulla spiaggia che vide col padre da piccolo..La visione delle giostre abbandonate è il morso alla madeleine che innesca l’ossessiva ricerca, un percorso nell’ingovernabilità del tempo e della materia, per prendere visione – artistica – di come sia ridotto oggi ciò che dovrebbe essere patrimonio comune, è la scintilla che accende la miccia è l’amore per la documentazione storica, la caccia al tesoro che porta Nicola a viaggiare per l’Europa, animato dal rischio dell’ingresso in luoghi remoti, dal dover sfruttare le ore notturne per avventurarsi, dal piacere di scoprire che forse sta varcando quel preciso prima di chiunque altro.

“Fenomenologia della Fine” rappresenta un compendio di tre anni di lavoro fotografico in cui Nicola ha svolto una duplice funzione: da un lato è stato il coroner di troppi edifici, chiese e fabbriche in disuso, procedendo ad un’autopsia artistica dove “il bisturi e il microscopio” agiscono lì dove non ha ancora prevalso la devastazione. Dall’altro il desiderio di restituire lo stupore provato durante le proibite esplorazioni, l’affetto coltivato per luoghi che ormai nella mente di Nicola sono quasi dei figli adottivi, figli di una società matrigna che li ha lasciati al degrado e allo sciacallaggio.

Immortalando non solo residenze e chiese, ma anche il crescente numero di fabbriche lasciate all’abbandono, Nicola si è fatto testimone dello scollamento che si sta producendo tra l’economia di un territorio e il territorio stesso: quei luoghi che hanno dato lavoro a generazioni e generazioni di persone vengono a mancare e assieme a loro le relazioni, la dignità, i salari; infine toccherà alla memoria ad appannarsi, finché tanti edifici che potrebbero rivivere di nuova progettualità raggiungeranno quel punto di non ritorno a livello di degrado per cui non si farà altro che attendere il crollo, dei materiali edili e dei ricordi di un popolo.

Nicola sa che tornare adesso, dopo diverso tempo dagli scatto in mostra, in molti dei luoghi rappresentati comporterebbe l’amara presa di coscienza della compromissione definitiva del posto in questione, addirittura si potrebbe trovarsi a fare i conti con la loro scomparsa definitiva.

Degli oltre 200 metri di muro dell’ex manicomio di Volterra incisi dal celebre Oreste Nannetti, ad oggi solo 6 sono visionabili, gli altri sono stati staccati o sono crollati. Il primo luna park non itinerante italiano, che risale agli anni ’60, fotografato nel milanese, verrà abbattuto in questi mesi perché rientra nell’area di cantieri dell’Expo 2015. Castelli settecenteschi disseminati nel nord Europa i cui padroni non si possono dotare di guardiani per la manutenzione, verranno presto demoliti.

Non una foto neutra e neanche immagini stravolte: Nicola non ha bisogno di romanzare la realtà della decadenza che ritrae e la sua personale assume un grande valore di denuncia, nonostante essa non sia l’intento primario del percorso svolto. Questa rappresentazione del derelitto si muove nell’interregno tra bellezza e oblio, e chissà che non serva da antidoto a quest’ultimo.

http://www.nicolabertellotti.com/

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Pubblicato il: 2 aprile 2014

Argomenti: Cultura, Fotografia, Pisa

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