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Dimissioni di Letta. Tutti i dubbi di Nocchi (PD)

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L’intervento del segretario provinciale del Pd Francesco Nocchi sulle dimissioni di Enrico Letta dalla Presidenza del Consiglio

Scrivo (almeno per i miei tempi) abbastanza a caldo, senza aver riflettuto bene e sulla scia delle impressioni che mi ha lasciato la direzione nazionale di ieri. Ascoltare ieri sera Dario Parrini il nostro futuro segretario regionale all’iniziativa fatta a Pisa al Lux, mi è stato utile ma non ha dissipato fino in fondo i dubbi che avevo.

Era evidente a tutti che non si potesse proseguire così. Dopo l’uscita di Berlusconi dalla maggioranza e anche dopo l’esito del congresso del Pd: non c’è stata nel Governo quella ripartenza che tutti ritenevano e ritengono necessaria. Penso che questo sia accaduto anche, anzi principalmente, per responsabilità del Pd: nessun governo sopravvive senza il sostegno convinto del principale partito della maggioranza. Renzi ha spesso marcato una distanza dall’esecutivo, invitandolo a “fare”, ma senza impegnare fino in fondo il Pd nello sforzo di ribaltare le sorti dell’esecutivo.

Credo che la minoranza del Pd abbia fatto bene a chiedere che la Direzione del Partito, a fronte del rischio di un ulteriore logoramento del Governo (ed alla lunga anche di un indebolimento anche della nostra posizione!), discutesse e si pronunciasse sul rapporto del Pd con l’esecutivo e sulla necessità di una ripartenza vera e propria.

Ho trovato davvero frettolosa la discussione di ieri in direzione: un contrasto stringente con la grandezza dell’oggetto del dibattito. Ma soprattutto ho trovato ingeneroso e freddo il trattamento riservato dal mio partito a Letta ed ai suoi ministri: a loro abbiamo chiesto di assumersi l’onere di guidare il Paese in un frangente difficilissimo, in condizioni politiche assolutamente eccezionali. Penso che, nelle condizioni date, sia stato fatto il massimo. E tralascio (perché non c’entra nulla con quanto sto scrivendo adesso) l’attenzione che pur in questi tempi difficili Letta, il ministro Carrozza e il suo Governo hanno mostrato per il nostro territorio: non è questione di campanile. Rivedo in questa fretta lo stesso cinismo con cui il Pd ha chiuso altre stagioni, quella di Bersani (con il voto dei 101), quella di Marini e di Prodi. Non mi piace, e temo che anche questo passaggio, consumato in questo modo, lascerà scorie e strascichi di cui faremo fatica a liberarci.

Certamente, l’ho detto in apertura, nessuno pensava si potesse proseguire così: una condizione in cui il Governo presieduto da un dirigente Pd non fosse il nostro Governo e in cui l’esecutivo era di fatto paralizzato. Inoltre il passaggio della Legge di Stabilità, che era invece determinante e carico di aspettative, è stata la dimostrazione più grave dell’impasse dell’esecutivo. Ieri abbiamo deciso come chiudere questa fase ed aprirne un’altra, ritenendo non praticabile la strada di Letta Bis, con una squadra rinforzata ed un programma rinnovato.

Il Segretario Renzi nella sua relazione ha indicato chiaramente un’altra strada: “quella di un Governo di legislatura, retto dall’attuale maggioranza”, con il compito di fare le riforme in campo economico e sociale, per far ripartire l’economia italiana e per compiere quelle “scelte coraggiose” (chieste a gran voce da Confindustria e sindacati, recentemente molto critici con Letta); quella di un patto di legislatura per dare corpo e forza in Parlamento al percorso di riforme istituzionali (dalla riforma del titolo V, al superamento del bicameralismo perfetto con la cancellazione del Senato elettivo e la sua trasformazione in una Camera delle Autonomie locali), riforme istituzionali da collegare con la nuova legge elettorale di cui si è cominciato a discutere. Un nuovo patto di governo che portasse a compimento la legislatura ed evitasse le elezioni (su questo credo sia sufficientemente chiara ed esaustiva la posizione del Presidente della Repubblica, che condivido). Queste sono le sfide richiamate anche nel dispositivo votato dalla direzione.

Ho due dubbi. Ieri non abbiamo affatto spiegato ai nostri concittadini quanto sta avvenendo: non vorrei che pensassimo che risolte le nostre questioni, discusso tra di noi, gestite le beghe interne, si risolva tutto, senza preoccuparsi che quelli che stanno fuori ci capiscano o meno. Temo che ad oggi abbiamo trasmesso solo l’immagine di una politica che si divide sul potere sui posti. E questo non ci fa bene. Così come si fa fatica a capire come possa, la direzione di un partito, sfiduciare un Governo fuori dalla sede propria che è il Parlamento.

L’altro dubbio è più di sostanza. Trovavo molto più giusta l’impostazione che Renzi aveva proposto nelle prime settimane della sua segreteria, forte del plebiscito ottenuto alle primarie: quella che attribuiva al Pd il ruolo di garante e motore del processo di riforme elettorali ed istituzionali (che infatti hanno trovato nell’elezione di Renzi una linfa ed un dinamismo nuovo ed inedito) e che garantiva al Governo Letta un sostegno per la sua azione di messa in sicurezza del Paese e di ripartenza dell’economia, cercando gli spazi per ridiscutere i vincoli europei, e gestendo da protagonisti il prossimo semestre di presidenza italiana della Ue.

La direzione del partito ha ritenuto che i margini per continuare invece non ci fossero: che il Governo Letta non aveva la forza per andare avanti, che occorresse determinare una svolta più profonda anche mettendo in campo la risorsa più preziosa che abbiamo (in termini di consenso e credibilità) ossia il nostro Segretario nazionale.

Nell’assemblea che abbiamo fatto ieri sera al Lux, Dario Parrini ha offerto vari argomenti di riflessione e alcune interessanti argomentazioni: l’esecutivo Letta nasce come Governo di Servizio, chiamato, dopo l’esperienza Monti, a dare segnali sul versante economico e ad accompagnare, a detta degli analisti, una ripresa che avremmo dovuto vedere già negli ultimi mesi del 2013. I dati economici e quelli sull’occupazione ci dicono non solo che siamo ancora nel pieno della crisi, ma che anche nel 2014 la disoccupazione crescerà ancora toccando il 13%, e che nella Legge di stabilità non sono contenute le scelte che avrebbero potuto determinare una ripartenza. Dario ci richiama a non disgiungere la presa d’atto della drammatica situazione socio economica, dalla valutazione su quanto è accaduto ieri: il Pd ha solo preso atto che il Governo Letta non è in grado di dare al Paese quello shock che oggi è necessaria per tenere la coesione sociale nel Paese, quindi occorre cambiare.

È una scommessa ambiziosa, e forse a mio avviso azzardata, perché ci sono due questioni di fondo con cui pure Renzi dovrà fare i conti.

Primo: lo scarso margine di manovra sul fronte dei conti pubblici e delle risorse da mettere in campo a sostegno dell’economia, causati dall’alto debito italiano e dal vincolo di bilancio derivante dal Patto di stabilità europeo. Non credo che un nuovo governo possa godere di margini più larghi: le questioni di fondo sono quelle che ha indicato Napolitano nel suo bellissimo discorso di fronte al Parlamento europeo, quando ha denunciato “il circolo vizioso tra politiche restrittive di finanza pubblica e l’arretramento delle economie europee oggi a rischio stagnazione”. Quale forza potrà avere il nuovo esecutivo per ridiscutere quei parametri e mettere in campo politiche con un più forte segno di equità, giustizia sociale e redistribuzione?

Il secondo punto di debolezza sta nella maggioranza che sosterrà il nuovo esecutivo che sarà la stessa che ha sostenuto Letta. Occorre uscire dalla eccezionalità del “governo di servizio” e delle larghe intese per avere un esecutivo con un profilo più netto, tutto vero: ma come lo si può fare con gli stessi numeri in Parlamento, gli stessi partiti in maggioranza? Temo che non si possa contare solo e semplicemente sul fatto che né il Nuovo Centro Destra, né gli altri partiti hanno interesse o volontà di andare ad elezioni.

Spero che su tutto questo si apra un vero confronto in Parlamento, nella sede propria del confronto politico. Lì spetterà al Pd chiarire gli aspetti politici di questa svolta nelle politiche di governo che ha chiesto ieri la direzione e definire i mezzi e gli strumenti con cui intende perseguirla, accanto ad un definitivo impegno perché in questa legislatura si approvino le riforme che tutti diciamo essere necessarie. Sono tutti aspetti che quella rapida e fredda discussione fatta ieri in direzione non ha chiarito, anzi non ha neppure messo a fuoco, mentre quello è ciò che serve per determinare la svolta: sarebbe illusorio pensare che un nuovo Presidente del Consiglio potesse determinarla da solo.

Sento un grande smarrimento tra i nostri iscritti e militanti. Leggendo le mail che mi sono giunte, ascoltando le telefonate, vedo che tra i nostri iscritti c’è grande preoccupazione. Preoccupazione per le sorti di Renzi, preoccupazioni per il partito e anche un profonda critica per il modo in cui si sta svolgendo questa discussione e si stanno compiendo passi determinanti per il futuro del Paese. Anche io come si legge ho le mie riserve. Ma non posso che augurarmi ed impegnarmi, da dirigente, da iscritto e da cittadino, affinché questo nostro tentativo abbia successo. Anche perché abbiamo poco più di due mesi per dimostrare che non è stato un salto nel buio.

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Pubblicato il: 14 febbraio 2014

Argomenti: Pisa, Politica

Visto da: 631 persone

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